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Berlusconi e il “berlusconismo”, la fine di un’era.

In elezioni, Italia, politica on 25 ottobre 2012 at 18:09

Era il 29 febbraio quando leggevo su Vanity Fair un articolo di Enrico Mentana. L’avevo dimenticato, poi facendo ordine proprio ieri, guarda caso mentre Berlusconi dichiarava il suo “passo indietro per amore dell’Italia”, eccolo spuntare tra le carte. L’ho trovato on-line e lo posto di seguito.

Erano i giorni della prescrizione Berlusconi al processo Mills, era finalmente chiaro a tutti che  si era chiusa l’era del “bipolarismo feroce” con la sconfitta di entrambe le parti, e il fallimento della politica.

C’è un passo che – a mio parere – é importante per capire e immaginare quello che sta per capitare (e sta già capitando) nel PDL e in tutta quell’area: La guerra l’hanno persa tutti. Il governo Monti sta dimostrando, senza essere composto da una banda di fenomeni, alcune scomode ma evidenti verità. Che chiunque rischia di essere meglio dei predecessori. Che SI POSSONO FARE IN POCHI MESI RIFORME RITENUTE IMPOSSIBILI PER ANNI. Che si può vivere, e bene, senza le urla o le dietrologie infinite. E alla fine che si può buttare via l’acqua sporca di tanti partiti che sotto l’etichetta hanno ben poco, e sono solo comitati elettorali per la ri-nomina dei soliti noti

Buona lettura o ri-lettura.

Mi ricorda una battuta pubblicata (credo) sul sito Spinoza.it, secondo cui la caduta di Berlusconi era stata come l’esame di maturità: l’aspetti per tanti anni, sogni la liberazione dall’incubo e poi, quando succede, dal giorno dopo non sai più che fare.

È finita una stagione della nostra vita. Siamo entrati nel post-berlusconismo e ce ne accorgiamo dalle nostre stesse reazioni a fatti che «prima» avrebbero provocato la solita doppia reazione di massa. Così è stato per la fine del processo Mills: ferma restando ogni considerazione fatta in passato su leggi ad personam e dintorni, potrei dire che quel processo era andato politicamente in prescrizione nel novembre scorso, la sera in cui il Cavaliere era salito a dimettersi al Quirinale. Se non siamo ipocriti dobbiamo ammettere che è così, e che a lungo abbiamo vissuto non solo le vicende pubbliche, ma quelle di ogni altro versante della realtà, dallo sport alla cronaca nera, come munizioni della guerra politica. Una Guerra dei Vent’Anni.

Tutto questo si è associato fatalmente al nome di Silvio Berlusconi. A me pare una distorsione legare il fenomeno che ha segnato un ventennio di vita italiana a un solo uomo, che certo ne è stato il protagonista, l’elemento divisore per eccellenza, ma non ne è stato l’inventore.

All’inizio degli anni Novanta, quando partiti e ideologie furono schiacciati dalla caduta del Muro di Berlino, e il loro crollo portò alla superficie le ruberie di Tangentopoli, i superstiti del sistema avevano un solo modo per sopravvivere: riciclarsi in una competizione che coinvolgesse l’opinione pubblica dividendola come in una guerra civile tra destra e sinistra. Si creò, con l’apposito cambio della legge elettorale in senso bipolare, una contrapposizione così viscerale da nasconderne il debole retroterra politico e da permettere il recupero e l’intruppamento anche di vecchi catorci, purché utili alla causa.

Oggi noi ricordiamo solo i processi di Berlusconi, o la gogna degli Scilipoti. Ma in realtà potrei occupare molte pagine di questo giornale (non vi preoccupate, si fa per dire) con l’elenco degli elementi strumentali utilizzati da una parte e dall’altra come ulteriori armi improprie della Guerra dei Vent’anni: ricordo soltanto l’istituzione nel 2001, dopo la vittoria elettorale del centrodestra, di due commissioni parlamentari, la «Mitrokhin» e la «Telekom Serbia», che avrebbero dovuto indagare su supposti scandali del centrosinistra (le spie sovietiche nella politica italiana e la supertangente per l’azienda di comunicazione di Belgrado).

Il tutto per alimentare l’ostilità tra i due eserciti, e soprattutto perpetuare gli stati maggiori. Già, perché i protagonisti sono sempre stati gli stessi, e nessuno è mai andato a casa: una polizza per tutti i generali e i loro ufficiali. Ognuno di loro, veniva fatto figurare, era indispensabile per vincere.

La guerra l’hanno persa tutti. Il governo Monti sta dimostrando, senza essere composto da una banda di fenomeni, alcune scomode ma evidenti verità. Che chiunque rischia di essere meglio dei predecessori. Che SI POSSONO FARE IN POCHI MESI RIFORME RITENUTE IMPOSSIBILI PER ANNI. Che si può vivere, e bene, senza le urla o le dietrologie infinite. E alla fine che si può buttare via l’acqua sporca di tanti partiti che sotto l’etichetta hanno ben poco, e sono solo comitati elettorali per la ri-nomina dei soliti noti.

Il rischio è quello di buttare via anche il bambino, e cioè la politica stessa. Dovrebbe essere la linfa senza la quale la pianta della democrazia si rattrappisce fino a essiccarsi. Ma temo che il sistema abbia bruciato gran parte delle sue radici nella nostra società, nel nostro vissuto comune. È questo l’imperdonabile danno collaterale della Guerra dei Vent’Anni.”

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