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Elezioni Usa: analisi del voto, mappe riassuntive e rassegna stampa europea

In elezioni, estero, politica, rassegna stampa on 10 novembre 2012 at 16:01

Elezioni Presidenziali Usa 2012 la sfida tra Obama e Romney. Di seguito sono consultabili mappe elettorali degli Stati Uniti, analisi e commenti sul voto, oltre ad una significativa rassegna stampa europea.

Il post è “corposo” un breve indice:
> analisi del voto e mappe elettorali (contee, stati, stati rappresentati in base ai “voti elettorali”, cambiamento del voto “democratici-repubblicani” rispetto al 2008, contea di Miami Dade Florida, contea di Cuyahoga Ohio, Stati Uniti e quantificazione del vantaggio Obama vs Romney, contea di Los Angeles California, contea di Cook/Chicago Illinois, Bronx/New York, New York area, un grafico dell’attività di invito al voto da parte di utenti Facebook, il voto diviso per etnie e religioni, infine una “provocatoria”  mappa degli Stati Uniti alla vigilia della Guerra Civile (stati pro e contro la schiavitù);

> in seguito alcuni passaggi del commento di Luigi Zingales pubblicato sul Sole 24 Ore;

> in coda al post – ma non meno importante – troverete una variegata rassegna stampa europea.
Buona lettura.

La sensazione, dopo aver passato una notte snocciolando numeri, è stata quella di aver assistito ad una partita a scacchi tra Obama e Romney in cui ha vinto chi ha saputo aggiudicarsi i “pezzi migliori” della scacchiera elettorale. Nelle previsioni di voto ero stato molto cauto prefigurando tre scenari favorevoli a Obama ma con vittorie più “risicate” rispetto al risultato ufficiale. Il serrato testa a testa ha confermato in parte le previsioni. Queste elezioni sono state lo scontro tra la strategia elettorale e di comunicazione democratica e repubblicana. Budget stellari (6 miliardi di dollari!) per spot, eventi, comunicazione on-line e off-line. Una battaglia combattuta voto per voto, città per città, contea per contea. Una partita iniziata 4 anni fa, alla prima elezione di Obama alla Casa Bianca.

Obama ha ottenuto una vittoria netta a livello di voti elettorali, 303 contro i 206 di Romney (i 29 della Florida sono attualmente ancora non assegnati ma porterebbero lo score finale a 332, comunque lontano dal risultato della prima elezione). Nel 2008 Obama aveva ottenuto 365 voti contro i 173 del suo rivale McCain. Rispetto al 2008 e rispetto a McCain, Romney se è verò che non ha saputo vincere è altrettanto vero che è riuscito a guadagnare 33 voti in più. Se guardiamo la mappa elettorale delle contee  – qui sotto – salta subito all’occhio il rosso che indica le contee in cui il repubblicano Romney ha ottenuto la maggioranza (rispetto alle meno numerose di colre blu, democratiche).

A contare, però, non sono le contee ma i voti complessivi all’interno di uno stato – come ovvio – quindi, in quella che ho definito una partita a scacchi è il risultato finale stato per stato stato a contare. L’elettoralto “obamiano” è concentrato numericamente in alcune contee strategiche, solitamente aree metropolitane densamente abitate che gli permettono di pareggiare il gap di consensi rispetto alle sconfitte in contee poco popolate e provinciali dove i repubblicani mietono consensi (numericamente meno influenti sul risultato). In stati come, ad esempio, Florida, Ohio, Illinois per “vincere lo stato” la lotta e la strategia democratica si concentra in pochi fondamentali centri metropolitani avendo la meglio nel risultato complessivo. Confrontando la precedente mappa dei risultati delle contee con quella sottostante degli Stati assegnati a Democratici e Repubblicani la differenza di “premio” è evidente.

Non tutti gli stati hanno stessa importanza e peso a livello di numero di voti elettorali espressi;  il calcolo è fatto sulla base della popolazione di ogni singolo stato. La cartina sottostante (fonte Wikipedia) evidenzia graficamente i voti elettorali – e dunque il peso – di ogni stato. La California – ad esempio – da sola ha 55 voti, Ohio (18) e Illinois (20) insieme contano come il Texas (38). In questa mappa il blu ha il sopravvento sul rosso; confrontandola con la prima mappa, quella delle contee, si ha l’idea di quanto sia importante aggiudicarsi i voti in aree densamente popolate. E’ chiaro che non si tratta solo di marketing politico. C’è anche e soprattutto la leva dell’azione governativa (centrale e locale) a portare consenso al candidato Obama (ne parleò più avanti).

Nel 2008 Obama aveva ottenuto 365 voti, McCain 173.  Ora Romney e i Repubblicani ottengono 33 voti in più. E’ evidente (qui sotto) lo spostamento del voto verso il partito repubblicano (in rosso), la lunghezza della freccia ci indica il valore della variazione rispetto alle precedenti Elezioni Presidenziali. Come nella prima mappa (quella delle contee) il rosso è predominante pressoché ovunque nei 50 Stati.

La Florida è da anni campo di battaglia per l’elezione alla Casa Bianca (in passato fu fatale per una manciata di voti a Gore contro Bush junior). Anche quest’anno il testa a testa è stato costante fino all’arrivo dei risultati delle contee più popolose (Miami era in ritardo per alcuni problemi ai seggi). Nella mappa qui sotto è evidente il blu nelle zone urbane. A Miami-Dade il democratico Obama è riuscito a sopravanzare il rivale per circa 204.000 voti andando a pareggiare le numerose, ma meno popolose, contee in cui Romney riusciva ad ottenere vantaggi nell’ordine delle poche migliaia di voti. Miami, Orlando, Tallahassee con le loro  “pesanti” urne hanno ribaltato il risultato consegnando la Florida e i sui 29 voti ai democratici.

In Ohio e nella Rust Belt manifatturieracome dirò meglio in seguito, la vittoria di Obama è stata costruita nei centri urbani, nella sola contea di Cuyahoga il vantaggio è di oltre 236 mila voti. Sebbene l’Ohio (come la Florida e come il resto degli Stati Uniti) appaia più rosso che blu, quest’ultimo risulta alla fine più pesante “per vincere” lo sato e aggiudicarsi i voti elettorali.

I punti “nodali” in cui Romney ha perso (“non è stato capace di vincere”) sono indicati nella mappa seguente (i cerchi indicano il rispettivo vantaggio sul diretto avversario; la dimensione dei cerchi blu indica le vittorie consistenti – per numero di voti – di Obama sul rivale Romney). Le vittorie sono decisive in Ohio e nella Rust Belt dell’America manifatturiera ovvero il nord Atlantico e il centro nord degli Stati Uniti con aree metropolitane quali Buffalo, Pittsburgh, Cleveland, St Louis, Cincinnati, Detroit, Milwaukee, New York City e l’obamiana Chicago. In queste aree è chiaro che gli elettori hanno gradito il salvataggio di Stato dell’auto messo in atto da Obama (50 miliardi a General Motors), non le critiche di Romney: “grazie ai soldi di tutti gli Americani, repubblicani e democratici, si è garantito il supporto incondizionato delle forti lobby sindacali“. Altre aree del paese che, grazie all’azione dell’amministrazione Obama, sono diventate roccaforti di voti sono la Virginia e altre aree metropolitane (Los Angeles, San Francisco, New York, Miami, e altre prima citate). In Virginia è soprattutto la presenza di numerosi basi militari e lavoratori dell’amministrazione (Difesa, Pentagono), che gradiscono gli sforzi per garantire un inserimento nel mondo del lavoro ai reduci. Le seconde (le aree metropolitane) per l’alto numero di popolazione che vive di sussidi: l’amministrazione Obama ha speso più di 80 miliardi di dollari in food stamps (buoni pasto per le famiglie povere e sostegno). Il problema e’ che queste politiche di sussistenza – per alcuni attenti osservatori del mercato del lavoro interno – non rimettono le persone nel mondo del lavoro; anzi per loro e’ piu’ conveniente non lavorare che lavorare.

La California e le aree metropolitane di Los Angeles, San Francisco e San Diego sono un consistente bacino di voti. Stiamo parlando dello Stato più popoloso degli Stati Uniti, che esprime ben 55 voti elettorali, tradizionalmente democratica. La sua importanza è fondamentale per il voto nazionale. Romney, nel testa a testa dello scrutinio, sebbene in difficoltà nella conquista degli stati è rimasto in vantaggio sul voto popolare fino all’arrivo dei dati della Costa Ovest. Nella sola contea di Los Angeles i democratici staccano i repubblicani di un milione di voti, così come complessivamente nell’area di San Francisco. Queste vittorie risultano influenti per lo “score” complessivo del voto nazionale: 61.775.351 voti Obama; 58.554.562 Romney (3.220.789 voti separano i due sfidanti). Ovvero: due milioni di voti in più per Obama sono già solo nei due maggiori agglomerati ubrani californiani (Los Angeles e San Francisco). Altri 2 milioni arrivano da Chicago (1 milione) e l’area di New York (1 milione).

N.B. > Al momento in cui ho scritto questo post non erano ancora disponibili i dati ufficiali della Florida (arrivati 4 giorni dopo). Ho provveduto a corregere i dati del singolo candidato e i dati aggregati del voto popolare. E’ importante notare che il distacco, che era di 4 milioni di voti – ecco il perchè del mio ragionamento -, si è ridotto di 780.000 voti, dopo i risultati della Florida.

Raffronto del voto popolare rispetto alla precedente elezione.
2012 > Obama (50,5%) 61.775.351 voti; Romney (47,9%) 58.554.562 voti >> totale voti ai due sfidanti = 120.329.913 voti (su un totale di 122,146,119 voti)[fonte]
2008 > Obama (52.9%) 69.456.897 voti; McCain (45,7%) 59,934,814 voti >> totale voti ai due sfidanti = 129.391.711 voti (su un totale di 131,393,990 voti) [fonte]
I dati evidenziano un calo sia percentuale che in numero per i voti democratici e un aumento della percentuale di votanti per i repubblicani (ovviamente con un calo complessivo di quasi 10 milioni di preferenze non è possibile per Romney crescere in termini assoluti di voti, ma ancora una volta il dato dimostra quanto sia stato più Romney a non essere in grado di vincere piuttosto che Obama a perdere).

Chicago si è riconfermata roccaforte di consensi per Obama. Rahm Emanuel, stratega della campagna del 2008, e odierno sindaco della città non ha mancato nel suo lavoro di amministratore per consolidare il bacino elettorale e staccando una differenza dal rivale Romney di circa un milione di voti nella sola contea di Cook III. Un risultato che oltre a portare in dote i pesanti voti elettorali dell’Illinois aiutano a rimpinguare lo score nazionale del voto popolare.

Il Bronx è un esempio quasi perfetto di voto etnico e per censo. Un divario tra i due candidati di 10 a uno per Obama, oltre al bottino numerico di quasi 260 mila voti di scarto. Vedremo in seguito una scheda riepilogativa sul voto in base a religione ed etnia.

L’area di New York (Bronx, Queens, Brooklyn, etc.) è un altro fondamentale punto “nodale” e complessivamente porta in dote un altro milione di voti in più rispetto al candidato repubblicano. Ho già fatto alcune considerazioni prima sul voto popolare. Aggiungo: per un presidente in fase di riconferma era fondamentale sopravanzare il rivale “sconfitto” nel computo generale delle preferenze. Romney, invece, ha ceduto poco nel corso del testa a testa, tenendo in certe fasi dello spoglio del voto anche un considerevole margine di vantaggio. La vittoria con scarti così consistenti in grossi bacini elettorali – quali le aree metropolitane di Los Angeles, San Francisco, Chicago, New York e Miami – hanno permesso di aggiungere 4 milioni di voti di vantaggio. Non sono i 10 milioni del 2008, non eliminano le polemiche ma invitano al fair play il rivale e i leader  repubblicani del Congresso.

Oscar Giannino: “Obama si troverà alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani che continuano a controllarne la maggioranza, e non saranno affatto propensi a cooperare con la sua strategia di aumento delle tasse. Non c’è da stupirsi, dunque, che a poche ore dalla sua vittoria Fitch abbia immediatamente ammonito che senza misure molto energiche sarà tra breve a rischio la Tripla A, che sin qui ha largamente sottostimato il premio al rischio del debito pubblico americano. Perché se nel giro di brevissimo tempo Obama e i repubblicani non raggiungono un deciso e leale compromesso per affrontare il cosiddetto fiscal cliff – la scadenza degli sgravi fiscali “a tempo” di Bush in assenza della cui copertura partirebbero tagli di spesa automatici per 600 miliardi di dollari – la conseguenza sarà un nuovo rallentamento dell’economia americana”.

Si è detto, in molte analisi, che Obama ha ottenuto una grande maggioranza di voti da parte dei giovani. Ovviamente i giovani sono stati coinvolti – anche, ma non solo – tramite la rete e tramite i social network. Su Facebook era possibile segnalare agli amici di aver votato, invitandoli a loro volta a votare. Questo “tam-tam” è stato davvero intenso nei giorni precedenti al 6 novembre (incredibilmente costante durante il giorno di voto!). Sicuramente questo è stato un ottimo moltiplicatore di voti in quella base di giovani e giovani donne che già tendenzialmente avrebbero votato democratico e che hanno portato al voto (e verso Obama) amici e conoscenti.

Etnia e religione. Le analisi che cercano di interpretare la vittoria di Obama si concentrano oltre che sulle scelte di politica anche sul suo appeal nei confronti delle minoranze, delle donne e degli sutenti dei universitari. Mentre dall’altro Romney viene accreditato presso la maggioranza dei americani bianchi.  E’ interessante – direi fondamentale per capire a fondo i diversi bacini elettorli –  analizzare e suddividere l’analisi del voto (vedi tabella qui sotto) per religione ed etnia. Questi sono dati relativi ad exit poll di Pew Research Centre.

Schiavitù e storia: The Help. Tutt’altro che banale risulta, infine, la lettura di questa mappa. La divisione, prima della guerra civile americana (o guerra di secessione) tra stati pro e contro la schiavitù. Se sovrapponete questa cartina con quella degli stati repubblicani e democratici vedrete che (eccezione forse solo per la Florida ma con tutti i distinguo già discussi relativi a voto espresso nelle contee piuttosto al voto espresso nelle aree metropolitane) gli stati che hanno votato repubblicano sono gli stati che erano favorevoli (o in parte non contrari) alla schiavitù; viceversa per quelli democratici.

Gli americani sono soliti dire che un Presidente al suo secondo mandato “è davanti al solo giudizio della storia”. Forse ora Obama è davvero libero di fare quello che aveva promesso di fare nel 2008. Tra 18 mesi ci sarà il rinnovo di un’altra parte del Congresso, anche i congressisti, quindi, avranno interesse ad andare dietro al Governo per presentarsi agli elettori con un “abbiamo fatto“. Ora l’azione sarà forse accellerata verso quelle che – molti si augurano – saranno rifrome storiche.

Hillary Clinton, probabilmente, sarà defilata; la strategia pare sia quella di prepararle la corsa alla Casa Bianca tra 4 anni. Forse la vedremo in ruolo dietro le quinte di abile tessitore tra i leader del Congresso, un lavoro più sul campo, magari a contatto con l’opinione pubblica, meno politico e più concreto. Qualcosa che la affranchi da eventuali scelte impopolari che dovrà compiere l’amministrazione Obama ma che la tenga vicino al bacino elettorale. In modo che, eventualmente, possa accreditarsi con le scelte “popolari” e proporsi come un cambio di rotta interno ai democratici.

Il partito democratico si presenta, oggi, come il partito dell’America multietnica, afroamericani, “latinos”, donne, giovani donne e giovani, e non solo. Operai, impiegati delle amministrazioni pubbliche, militari.

I repubblicani, invece, stanno diventando il partito dei “white”, con un Romney che per non scontentare il voto di alcune lobby ultra cattoliche non è stato capace di intercettare il malcontento di consensi in fuga dal bacino elettorale obamiano.

Tra le  ipotetiche strategie che il partito democratico sembra voler perseguire per allargare la sua base elettorale (e assicurasi future vittorie) c’è una politica di immigrazione più “aperta per favorire l’aumento dei “latinos” (che attualmente sono la minoranza demograficamente in maggiore espansione) e di quella base “multietnica” che rappresente il maggiore bacino elettorale per il partito di Obama.

Luigi Zingales (tra i firmatari del manifesto di Fermare il Declino) ha titolato oggi su il “Sole 24 Ore” : Non ha vinto Obama, ma ha perso Romney.

“Ebbene sì. Ieri non ha vinto Obama, ma ha perso Romney. 
Un presidente che in quattro anni ha aumentato il debito del 50%, non è riuscito a far scendere la disoccupazione al di sotto del 7,8%, e non ha presentato un piano serio per ridurre l’esplosione futura delle spese sanitarie per gli anziani (il cui fondo diventerà insolvente tra 11 anni), era facilmente battibile”.

È stato sconfitto il Romney tecnocratico: competente, ma incapace di parlare al cuore degli Americani. È stato sconfitto il Romney super tattico, bravissimo (forse troppo) ad adattarsi agli umori degli elettori, ma incapace di generare fiducia. È stato sconfitto il Romney troppo succube a quell’America bigotta che crede che il concepimento a seguito dello stupro sia «un dono del Signore» (come ha detto in un dibattito il candidato repubblicano al Senato in Indiana) e che la migliore educazione sessuale sia l’insegnamento dell’astinenza”.

L’unica speranza del secondo mandato è che, libero da preoccupazioni elettorali, Obama ritorni ad essere quello che aveva promesso di essere nella sua prima campagna elettorale: un presidente bipartisan che tratti i suoi elettori come cittadini adulti e responsabili, dicendo loro le verità (anche amare) e non vendendo illusioni”.

Solo se si impegnasse in queste riforme e diventasse quel presedente che aveva promesso di essere, Obama potrebbe passare alla storia per qualcosa di più che essere il primo presidente nero degli Stati Uniti“.

Per leggere l’articolo integrale > http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-08/coraggio-agire-063558.shtml?uuid=AbXaL40G

Rassegna stampa Europea di commento e analisi ai risultati delle elezioni Presidenziali Usa 2012.

“Anche nel Vecchio Contintene le illusioni del 2008 sono ormai svanite” Daniel Oliveira scrive sul settimanale portoghese Expresso “L’Europa tira un sospiro di sollievo”: “La vittoria di Obama non è la risposta a tutti i nostri problemi. Quelli bisogna risolverli in Europa, e specialmente in Germania. Ma l’affermazione di un altro sostenitore della barbarie finanziaria avrebbe allontanato la fine della crisi. L’Europa, che Romney vede soltanto come un covo di socialisti, non ha nessun motivo per festeggiare. Ma almeno può tirare un sospiro di sollievo” [Expresso].

Il tedesco Tagesspiegel: Obama 4 anni fa era stato celebrato in Europa “come un messia alla Casa bianca, come il più europeo e il più occidentale dei candidati, come ‘uno dei nostri’.” Ma “dopo quattro anni e una serie di promesse non mantenute, è ormai chiaro che si è trattato di un malinteso […] l’Obamamania sembra soltanto il male minore. Ora tocca al presidente riaccendere la fiamma. L’Europa farà meglio a capire al più presto che nel corso del suo mandato Obama si concentrerà ancora meno sul destino del mondo e sempre più sugli interessi nazionali dell’America” [Tagesspiegel].

Il quotidiano ateniese To Vima: “i tedeschi non vedono di buon occhio la rielezione di Obama”. “Obama li disturba, perché ha cercato di frenare la catastrofe greca ma non crede che l’austerity possa salvare il paese e le economie. […] Obama e Merkel, gli Stati Uniti e l’Europa tedesca, entrano in una nuova fase delle loro relazioni. […] Obama ha quattro anni di tempo per decidere se gli Stati Uniti vogliono impedire all’Europa di diventare una colonia tedesca, cosa che Berlino cerca di ottenere da tre anni segnati dalla crisi del debito. […] Con le mani finalmente libere, probabilmente Obama 2 non resterà più a guardare mentre la Germania spadroneggia. Ciò che succederà d’ora in poi determinerà il progetto geopolitico tedesco, che oltrepassa di gran lunga le frontiere dell’Europa” [To Vima].

Sul sito polacco Gazeta Wyborcza, Zbigniew Lewicki spiega che “Barack Obama non è la miglior scelta per il mondo. Non ha fatto nulla per essere condannato, ma non ha nemmeno rispettato le aspettative che ha suscitato quattro anni fa”.

Secondo il docente di studi americani dell’università Kardynał Stanisław Wyszyńskil’Europa è sparita dal radar di Obama. […] Non capisco il perché di tanta gioia da parte nostra. Il presidente che è stato appena eletto negli ultimi anni ha voltato le spalle all’Europa. […] Capisco che i paesi più grandi come Francia, Germania e Italia siano felici del fatto che il presidente americano non interferisca con la loro politica, ma i paesi più piccoli come la Polonia, che dipendono dall’Ue e la Nato per la loro sicurezza, non hanno alcun motivo di festeggiare. […] La Russia sarà invece entusiasta per la vittoria di Obama, perché il presidente ne comprende le necessità e le aspirazioni” [Gazeta Wyborcza]

All’indomani dell’elezione presidenziale, sottolinea su El Pais il politologo Vicente Palacio, “gli europei si svegliano leggermente sollevati dalla vittoria di Obama”, perché offre loro una seconda possibilità. Durante il suo primo mandato Obama ha trovato un’Europa in declino, senza la forza sufficiente per porsi al suo stesso livello, senza leader. Oggi invece sembra un po’ più facile per i leader europei come Hollande o Rajoy provare a trarre vantaggio dalla scommessa sulla crescita del presidente rieletto. […] I federalisti europei possono dimenticare per un momento la cecità, la lentezza e la slealtà reciproca e sognare che questo Obama 2.0 possa essere un loro alleato per superare la fragilità dell’Ue. […] All’indomani delle elezioni, possiamo sognare che Obama metta l’Europa  al centro della sua attenzione e si trasformi in un portabandiera della nostra unione politica, fiscale e bancaria. Nell’ultima fase della campagna elettorale l’aumento di posti di lavoro negli Stati Uniti ha mitigato le conseguenze visibili dell’austerity europea. Ma l’errore fondamentale è sempre là, e bisogna vedere come reagirà Obama se questa politica metterà in pericolo gli Stati Uniti. Se accadesse, i giorni dell’austerity imposta da Merkel sono contati [El Pais].

Sul tavolo del nuovo presidente ci sono quattro dossier da cui non si potrà prescindere se si vorrà davvero, come è stato promesso in lungo a in largo per il Paese, rilanciare la crescita interna”, scrive Mario Platero sul Sole 24 Ore . Uno di questi riguarda l’Europa: “inutile perdersi nella retorica che abbiamo ascoltato in campagna elettorale ‘Europa socialista’, ‘Europa che frena la nostra crescita’ e così via. Dal G20 di Los Cabos in avanti l’Europa ha imboccato la strada della rifondazione che l’America condivide e che semmai vorrebbe vedere avanzare in tempi più rapidi. Pensare a una ‘freddezza atlantica’ oggi non è pensabile. L’intreccio economico, d’affari, rende l’Atlantico un unico grande bacino economico. […] Che la nuova amministrazione dediche cure e attenzioni all’Europa, che la si smetta di usarci come parafulmine di problemi altrui” [Il Sole 24 ore]. **

E intanto – aggiungo io – tutto il mondo guarda alla Cina e a Xi Jinping che tra poche ore sarà eletto da più di 2.000 delegati del Partito comunista cinese nuovo Presidente; noi, il resto del mondo, abbiamo un interesse vitale nel successo delle riforme – economiche, politiche e sociali – che Usa e Cina si avviano a intraprendere [The Guardian].

Andrea Margutti

* Le mappe dei risultati elettorali e i dati delle elezioni predienziali americane – da me commentate e pubblicate – sono disponibili sul sito >> http://elections.nytimes.com/2012/results/president

** Il grafico sull’attività degli utenti Facebook è disponibile a questo indirizzo >> http://www.facebookstories.com/vote

*** La tebella dei voti dei cittadini Usa per religione e gruppo etnico è elaborata da The Economist >> Vote and prayers

**** Gli articoli citati (tranne The Guardian e Sole 24 Ore) sono disponibili da traduzioni di Press Europe >> http://www.presseurop.eu/it/content/press-review/3003101-non-deluderci-ancora-obama

  1. Info Molto utile. Spero di vedere presto altri post!

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